Novembre 1

Podcast: Episodio #20, Intervista a Cosimo Pilotto, fisioterapia post-traumatica

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Cosimo Pilotto è un fisioterapista.

Lavora da 30 anni nel suo studio di Longone al Segrino, un piccolo paese nella provincia di Como.

In questa intervista ci racconta della sua esperienza come fisioterapista, specializzato in riabilitazione post-traumatica. 

Ci parla del suo approccio alla cura del paziente, dal punto di vista tecnico fino al punto di vista umano ed empatico.

Affrontiamo anche alcuni vantaggi e svantaggi di alcune tipologie di approcci piuttosto che del proprio stile di vita.

Troverai diversi spunti su come affrontare un percorso di riabilitazione e di ripresa di salute  secondo i principi che Cosimo applica quotidianamente con i suoi pazienti.

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Contatti di Cosimo Pilotto

Visita il sito: https://sites.google.com/view/studiofisioterapia/

Numero di telefono: +39 031642992

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Note dell’episodio:

[1.30] Chi è Cosimo Pilotto

[4.00] Lavorare in sintonia per ottenere il massimo possibile

[10.00] Natura o città? Vantaggi e svantaggi di vivere in luoghi diversi

[13.00] Le aspettative del paziente come elemento differenziante di ogni guarigione

[24.00] Anima e mentre per raggiungere il 100% del potenziale fisico

[31.00] Il problema della medicina occidentale: il tempo

[37.30] I pensieri e le emozioni: l’effetto sul corpo

[43.30] L’etica e la morale come metro di misura per emozioni e anima

[47.00] L’empatia di Cosimo nella sua pratica di fisioterapista

[55.00] La fisioterapia e la gioia che essa regala a Cosimo

[1.04.30] I contatti di Cosimo Pilotto

 

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Filippo: “Buongiorno a tutti e benvenuti ad un nuovo episodio del nostro podcast. Benvenuto anche a Cosimo che ha deciso di accettare questa intervista. Cosimo vuoi presentarti ai nostri ascoltatori? Chi sei, che cosa fai nella tua professione, quindi chi sono le persone che aiuti e come le aiuti?”

 

Cosimo: “Buongiorno a tutti, e ringrazio Filippo e Nicoletta per avermi invitato a questa piacevole intervista. Io sono un fisioterapista da circa trent’anni ed esercito la mia professione in uno studio personale, e mi occupo prevalentemente di riabilitazione del sistema muscolo-scheletrico e fisioterapia in senso stretto. Non ho da esporvi un grande curriculum perché tutta la mia vita professionale si svolge in quattro mura, a Longone al Segrino, un piccolo paese vicino a Erba, e l’invito di Filippo e Nicoletta l’ho accettato molto volentieri su suggerimento di una persona che conosco, che mi ha parlato un po’ delle interviste precedenti, e quindi se posso un po’ dare il mio piccolo contributo come esperienza umana e professionale per quanto riguarda i temi del benessere, in senso lato. Perché la definizione di salute, rimanendo esclusivamente all’Organizzazione Mondiale della Sanità, è proprio uno stato di benessere psico-fisico e sociale, e quindi questi tre aspetti sono fondamentali perché l’OMS li definisce come un diritto e ogni Stato dovrebbe garantire il benessere nel miglior modo possibile. Io mi occupo non soltanto dell’aspetto fisico perché avendo a che fare con gli esseri umani non posso dimenticare che c’è anche un benessere psicologico, affettivo ed emotivo. Ogni persona è differente e di conseguenza la relazione è il fulcro dell’inizio delle cure. Quindi io somministro delle cure quando una persona viene da me, e devo assolutamente individuare quale sono le problematiche fisiche, ma allo stesso contestualizzare in base all’età, alle condizioni generali, al tipo di lavoro che una persona fa e anche alle aspettative. Quindi a parità di patologia ci possono essere aspettative differenti. Questo brevemente è quello che faccio. Le metodiche che utilizzo sono quelle classiche, secondo i protocolli aggiornati. Naturalmente il percorso di formazione non si interrompe alla fine del corso di laurea, ma è continuo e costante aggiornamento, sia con dei corsi specifici ma soprattutto in maniera costante ed è necessario confrontarsi con altri colleghi ma soprattutto con altre figure professionali. A me piace dire che il miglior risultato si ottiene con la multidisciplinarità, quindi non escludere ma integrare altre figure professionali che possono coincidere o essere allo stesso tempo partecipi di un processo di guarigione che inizia dalla diagnosi, poi si intraprende un progetto riabilitativo e poi a seconda della figura professionale, si può lavorare insieme nello stesso momento o in tappe da definirsi. Quindi il mio rapporto multidisciplinare è con altre figure strettamente legate alla riabilitazione dell’apparato muscolo-scheletrico, che sono: l’ortopedico, il fisiatra e il neurochirurgo. In alcune patologie è necessario anche l’intervento del neurologo e raramente si può lavorare anche in un team dove è presente anche la figura dello psicologo, perché a volte ci sono dei traumi, e per traumi intendo in senso stretto, non soltanto traumi psicologici, ma anche un trauma fisico da incidente stradale, oppure in caso di una vasectomia, che è un tipo di intervento così invasivo nella vita di una donna è veramente un trauma fisico e psicologico. Oppure traumi come un ictus o una patologia cronica come può essere un Parkinson, dove la componente psicologica è rilevante. Naturalmente il professionista psicologo lo segue in questo aspetto e il fisioterapista ci va affianco. Non si sostituisce ma non si può assolutamente dimenticare questo aspetto. Quindi un approccio sempre multidisciplinare perché la persona non è un’accozzaglia di organi, non si può fare sempre un discorso di tessuti, ma una persona è veramente un mondo complesso, con tante componenti, ma soprattutto ogni persona è un mondo a parte, con la sua storia, la sua età, le sue esperienze. Tanto più riusciamo a personalizzare l’intervento, tanto migliore sarà il risultato finale. Quindi sintetizzando cerco ogni giorno insieme ai miei colleghi di fare questo lavoro. Spero di essere stato abbastanza breve e conciso.”

 

Nicoletta: “Fantastico Cosimo questo lavoro di squadra che tu hai messo in atto ed è bellissima la visione che ci hai dato di persona a livello olistico. Quindi una persona che non è un insieme di organi e basta ma è un tutt’uno collegato anche alla vita interiore. La domanda che mi arriva è: hai il supporto di figure che si occupano anche di traumi a livello interiore, quindi gli psicologi. Ma quello che domando a te è come tu ti rendi conto, che tipo di empatia metti in atto, per renderti conto cosa sta sotto un trauma quando ti chiedono la riabilitazione a livello fisico.”

 

Cosimo: “La domanda è veramente pertinente ed intelligente. Allora, ho avuto la fortuna, perché ognuno di noi deve avere la fortuna nel mondo professionale, di osservare e poter conoscere e stare vicino, a colleghi più bravi di me. Semplicemente. Perché si cresce se hai la fortuna di conoscere colleghi che magari quando sei giovane inevitabilmente sono più bravi di te perché hanno più esperienza. Fra cui vorrei ricordare, anche se non ho più la fortuna di lavorarci insieme fisicamente, Guido Varindelli. Lui ha fatto un’intervista con voi, e lui è una persona straordinaria, dotata di profondità d’anima e una sensibilità incredibile. E questo al grande pubblico colpisce in primo luogo, ma allo stesso tempo solo chi ha le competenze professionali nella riabilitazione, sa benissimo che Guido Varindelli è stato un punto fermo e ha portato una discontinuità nel mondo della riabilitazione, regalandoci la sua esperienza e approcciandosi a questo mondo nel modo più completo. E quindi mi sono goduto l’intervista che avete fatto a Guido su questa doppia lettura. Oltre a lui nella mia vita professionale ho incontrato docenti, medici, che mi hanno aiutato ad affinare questa sensibilità nel percepire non soltanto un disordine funzionale, un problema metabolico, o un’interruzione di anatomia. Ma a vedere non il singolo muscolo, ma la persona che ha questo singolo muscolo. Quindi la persona fatta, di quegli aspetti che abbiamo detto prima dell’OMS, quindi di un mondo fisico, psichico, emotivo e di un mondo sociale, inteso come ogni persona è contestualizzata in un società differente, a seconda del tempo, del contesto culturale e a seconda anche dell’esigenza. Insomma chi ha la fortuna di nascere in montagna ha dei vantaggi e degli svantaggi logistici. Chi nasce in città ha dei vantaggi culturali ma degli svantaggi logistici. Quindi bisogna anche capire una persona dove vive.”

 

Filippo: “Posso farti una domanda relativa a quello che hai appena detto? Che cosa intendi, per esempio, con vantaggi e svantaggi logistici e culturali, a seconda di dove uno vive? Cioè quali sono secondo te gli svantaggi o i vantaggi di vivere per esempio in città piuttosto che in un ambiente più rurale?”

 

Cosimo: “Allora chi nasce in montagna ha la fortuna di vivere in un ambiente ecologicamente più vicino alla natura dell’uomo. Ha la fortuna di uscire di casa, respirare aria pulita, mangiare cibi ottimi, avere anche delle relazione sociali sane. Ma allo stesso tempo si perde il vantaggio che in città c’è una contaminazione culturale maggiore. Chi invece nasce in città ha dei vantaggi culturali, sociali e di relazioni e di contaminazione culturale maggiori di chi nasce in provincia o in paese. Ma allo stesso tempo si perde tutto quell’aspetto della natura che è importante. Sarebbe bello avere entrambi, ma la coperta è corta. Ma non si può avere tutto. Non si può avere la botte piena, la moglie ubriaca e l’uva nella vigna. Di conseguenza anche chi viene da me, io devo se non lo capisco chiedere, non solo cosa gli fa male ma soprattutto quali sono le sue aspettative. Perché le aspettative di una persona sono diverse per ognuno di noi. Quello che per me è poco importante, per una persona è molto importante. La differenza ce l’ha raccontata Guido, nell’aneddoto del signore che era andato da lui e che non era preoccupato per il mal di schiena ma era preoccupato che non potesse più coltivare i fiori. Ecco, quello che per me è una stupidata per quel signore invece era un motivo importantissimo. Questa sensibilità bisogna sviluppare. Chiedere, se non riesci a capirlo, quali sono le sue aspettative. Qual è il suo trauma. Il trauma è nel fisico o nella qualità di vita? Questo fa una enorme differenza. Se mi permettete vi racconto anche io un aneddoto di vita vera. Io ho avuto la fortuna di fare questo bellissimo errore, perché è stato sì un errore ma da cui ho tratto un bellissimo insegnamento. Ero proprio all’inizio della mia professione, fresco fresco di studi, di laurea e naturalmente pieno di entusiasmo. Arriva da me un ragazzo, avrà avuto 18 anni, il quale aveva avuto una piccola insignificante e miscroscopica frattura del mignolo sinistro, giocando a pallavolo, insomma un piccolo trauma. Naturalmente guardando le lastre e valutando le condizioni generali io cercavo di tranquillizzarlo e di incoraggiarlo, di non dare troppo peso ad un trauma così piccolo. Del resto il mignolo della mano sinistra, e lui era destro, però lo vedevo preoccupato. Nella mia felice ingenuità di giovane fisioterapista, avendo sentito in altre occasioni colleghi che dicono ‘ma sì dai, il mignolo sinistro, abbiamo a disposizione altre nove dita’. Perché viene spontaneo dire una cosa del genere. Nel momento in cui anche io gli dissi così, lui cominciò a piangere. Perché, mi disse, che da lì ad un mese avrebbe avuto l’esame finale, al conservatorio, di violino. E il dito più importante per suonare il violino è proprio il mignolo sinistro, e se non l’avesse recuperato avrebbe perso anni di studio e di sacrifici. Quello per me fu un grandissimo insegnamento, cioè che mai più avrei sottovalutato qualsiasi singolo, piccolo, trauma. Perché dipende che significato ha nella vita di quella persona. Comunque alla fine, per la cronaca, dopo un mese è riuscito a passare l’esame, brillantemente. L’ho fatto piangere perché per recuperare quel dito l’ho massacrato, però alla fine ha ottenuto i pieni voti. Questo è un piccolo aneddoto che ho avuto la fortuna di vivere, ho avuto la fortuna di fare questo piccolo errore proprio all’inizio della carriera, e da quel giorno ogni persona che viene da me semplicemente gli chiedo: ma a cosa ti serve? Cosa fai nella vita? Questo per capire quanto quel trauma sia importante o invalida quella persona. Un mal di ginocchio per una persona che lavora davanti al computer ha un significato, un mal di ginocchio per chi fa il piastrellista cambia completamente la vita e la qualità della sua professione. Bisogna sempre contestualizzare il problema nella vita di quella singola persona e astenersi da protocolli, giudizi ecc. Ogni persona è preziosa, e ogni trauma ha una connotazione più o meno grande a seconda di chi si ha di fronte. Spero di aver risposto alla domanda.”

 

Nicoletta: “Fantastico. È veramente meravigliosa questa tua capacità, dettata da un errore certo, ma è stata la tua abilità nel comprendere da quell’errore cosa c’era sotto. Quindi la tua capacità di ascolto si è affinità tantissimo. Io adesso ho un trauma alla spalla, per una frattura, ed effettivamente mi rendo conto anche i vari professionisti come si comportano, da persona che lavora a contatto con altre persone. E il più delle volte sono io che li porto a dire ‘guarda me, non darmi la teoria ma guarda come sono messa io e il risultato che voglio ottenere io’. Ma è davvero ancora, secondo me e poi chiederò a te quanto sei d’accordo con questa mia affermazione, c’è ancora davvero poca attenzione alla persona che si ha di fronte perché c’è ancora, e parlo nell’ambito medico, c’è ancora un’attenzione più sulla teoria.”

 

Cosimo: “Alla patologia, al distretto e all’organo.”

 

Nicoletta: “Sì, ma soprattutto ti rompi qualcosa, e da quel che vedo raggiungerai il 70-80% ma io ti chiedo il 100%.”

 

Cosimo: “Ecco questo desiderio che tu hai, io lo chiamo desiderio legittimo. Il nostro ruolo di riabilitatore è essere estremamente sinceri. Tu non puoi dare un’aspettativa se sai già che non puoi ottenerla. E lì bisogna ogni giorno, e vi assicuro la difficoltà è quella, far vedere il bicchiere mezzo pieno. Io ho un insegnamento indiretto, non solo dai miei pazienti, ma da quello che io ritengo un grande uomo ed è Alex Zanardi. Quando lui si è risvegliato ha detto che la vita gli ha portato via metà del corpo, ma gli ha lasciato l’altra metà, e quindi sviluppiamola il doppio. E lui con questo enorme coraggio è stato di insegnamento non soltanto a noi terapisti, ma anche ad altri pazienti che venivano menomati nel corpo, e lui li incoraggiava a guardare cosa era rimasto. Non state sempre a sottolineare cosa avete perso, ma guardate cosa è rimasto e su quello andiamo a ricostruire il presente e poi anche il futuro. Quindi incoraggiare sempre, non con false speranze, ma con estrema precisione e con grande sincerità cosa è rimasto e su cosa possiamo lavorare. Tanto il passato non ci può restituire nulla. Concentriamoci sul presente, perché tanto più ci impegniamo sul presente quanto meglio il futuro sarà il migliore. Ma essere veramente sinceri. Nella mia esperienza, la sincerità paga. Se viene detta con delicatezza. Quindi non dare sentenze definitive, ma essere realisti nelle proiezioni statistiche. E io dico ‘se il destino ci fa recuperare l’80% noi dobbiamo combattere per arrivare a 81.’ 81, non 100. Quell’1 in più fa la differenza. Perché gli stai dicendo ‘io ti sono vicino, ce la possiamo fare se ci impegniamo’. Diceva Guido: io non ho mai guarito nessuno. E lo dico anche io, lo sapete. Lo dico partendo un po’ più da lontano. Nei miei foglietti dei consigli, dove scrivono nome e cognome e dove scrivo i consigli, c’è una filigrana. Questa filigrana è un proverbio latino, ma non serve per farla vedere al paziente, serve per ricordarmi a me ogni giorno questo proverbio che dice: medicus curata, natura sanat. E significa: il medico cura, ma è la natura che guarisce. Io alla fine dico sempre che ho curato migliaia di persone, ma non ne ho guarita neanche una, altrimenti sarei un guaritore. Perché curare significa proprio inchinarsi di fronte al mistero della malattia, stare vicino alla persona, ma non ti puoi sostituire a lui. Lo puoi incoraggiare per attivare dentro di lui dei processi  riparativi del tessuto, ma dei processi riparativi anche della sua emotività. Perché quando tu riesci ad incoraggiare la motivazione, allora lì si scatena un fenomeno straordinario, che è il processo di guarigione. Devi essere vicino ma non addosso, devi aiutare ma non ti devi sostituire. Se riesci a fare questo i risultati arrivano. Però con la grande sincerità di dire ‘se il destino ti ha tolto una gamba, noi lavoriamo su quella che è rimasta. Non te la posso far ricrescere’. Questo è il mio atteggiamento, che poi ripeto, vi riporto delle esperienze anche di altri miei colleghi. Io ho una profondissima ammirazione di Guido, continuo a sottolinearla perché essendo stato intervistato da voi cerco di darvi anche il punto di vista del collega, non soltanto dell’essere umano. Mi piace sottolineare anche gli aspetti tecnici che Guido non ha tirato fuori nell’intervista perché giustamente per un grande pubblico sarebbero stati noiosi, ma dietro la grande umanità di Guido c’è anche una grande professionalità, una grande innovazione e fa bene conoscere persone del genere.”

 

Nicoletta: “Un’ultima cosa e poi lascio la parola a Filippo perché voglio concludere questo discorso. Mai creare false aspettative, ma molta obiettività, molto realismo, voi lo vedete. Ma, ti domando, visto che io sono una persona che lavora con la mente e con l’anima delle persone, ti domando: mente e anima quanto secondo te, o se hai degli esempi, possono arrivare a far ottenere a quella persona l’auspicato 100% quando invece fisicamente si vede l’80-90%?”

 

Cosimo: “E’ una domanda veramente molto complessa e spero di essere all’altezza di dare una risposta il più esaustiva possibile. Facciamo una premessa, fondamentale, io partirei da questo presupposto importantissimo: diciamo che la natura tende all’equilibrio e non si possono disgiungere sistemi della natura. Quando parlo di persona, di essere umano, se entriamo un po’ più nel dettaglio dell’aspetto metabolico, dell’aspetto fisiologico, dobbiamo necessariamente dare delle classificazioni, una nomenclatura di tutto questo, se vogliamo essere precisi. Ma ci serve per capire bene le interazioni. Fondamentalmente ci sono tre sistemi del nostro organismo che si interfacciano, che si relazionano e si influiscono positivamente e/o negativamente. E sono i tre sistemi di cui la natura ci ha dotato, e sono svincolati dal pensiero ma vanno in modo automatico. E questi tre sistemi sono: il sistema immunitario, il sistema endocrino e il sistema nervoso autonomo. Lo devo proprio sezionare. Non mi addentro, non mi permetto, non ho la competenza di parlare del discorso dell’anima, quindi lo terrei per un attimo fuori per evitare di dire delle inesattezze e per evitare di introdurre argomenti filosofici che son duemila anni che se ne parla. Non sono l’ultimo arrivato che posso portare un contribuito. Mi fermo perciò in argomenti che possono essere universalmente conosciuti e riconosciuti. Quindi endocrino, immunitario e sistema nervoso autonomo valgono sempre in tutte le culture e a tutte le latitudini. I discorsi di anima e spirituali sono purtroppo relativi alla cultura, all’ambiente e al momento storico. Quindi io mi permetto di non affrontarli, se siete d’accordo.”

 

Nicoletta: “Cosimo solo un appunto sul discorso anima che porta alla spiritualità e oggi più che mai anima sta a significare energia. Einstein diceva che tutto è energia, quello che io definisco anima tu lo puoi chiamare energia, c’è chi lo definisce essenza, ma è comunque quella parte che non si vede, che può spaventare e la si rende così spiritualità, ma che è comunque il 90% della persona, e noi Coach è quella che andiamo a vedere. Perché abbiamo dei comportamenti che sono il 10% ma tutto il sotto è formato da questa parte, che è energia, non si vede, ma fa la differenza.”

 

Cosimo: “Il fatto che non si veda non vuol dire che non c’è. Perché il wi-fi che stiamo usando adesso non si vede, ma ci permette di essere nella realtà. Proprio perché non si vede, proprio perché non è oggettivabile e proprio perché è troppo stato oggetto di controversia per secoli, io mi astengo dal parlare ma ciò non vuol dire che non ci credo e non vuol dire che non c’è. È una forma di rispetto di questo aspetto. Non vuol dire che non ci credo, io ci credo eccome. Ma ritengo che debba essere vissuta in maniera molto personale e con estrema delicatezza. Mi stavo permettendo di rispondere alla tua domanda, entrando più nello specifico della corporarietà in cui chiunque può naturalmente essere d’accordo perché è  oggettivabile. È oggettivabile il sistema nervoso autonomo? Sì. C’è un tessuto nervoso, ci sono delle reazioni biochimiche. È oggettivabile il sistemo immunitario? Sì, lo possiamo misurare, pesare. È oggettivabile il sistemo endocrino? Altrettanto sì. L’aspetto di energia, anima, e spiritualità è una cosa troppo personale e quindi la mia era un eccesso di delicatezza nei confronti di un argomento non il fatto che non ne voglia parlare, ma ci vogliono anche le sedi opportune per fare questo. Quindi credimi spero di averti detto perché non ne voglio parlare. O comunque parliamone ma in una forma di energia. Ecco,  essendo energia non facciamo un torto a nessuno. Fatta questa premessa, la domanda era quanto il fisico viene influito positivamente o negativamente dalla mente, o anche il contrario. Quanto il fisico va ad aiutare o a disturbare la mente? Caspita, le due cose si influenzano tantissimo. Soprattutto perché non ce ne rendiamo conto, soprattutto perché ci sono processi autonomi che noi non possiamo interrompere. Noi non possiamo interrompere il cuore, dirgli ‘fermati un attimo’. Non possiamo interrompere il tratto gastrointestinale e dirgli ‘non voglio digerire’. Non posso interrompere volontariamente il sistema immunitario, il sistema nervoso autonomo, il sistema endocrino. Quindi questi sono processi automatici che la natura ci ha regalato, ma che fortunatamente con la volontà e con il pensiero non possiamo interromperli. Il fatto che non possiamo interromperli non vuol dire che non possiamo condizionarli. Il condizionamento altrochè se avviene. Ma purtroppo oggi le motivazioni non siamo lì a cercarle, perché noi non dobbiamo esprimere né un giudizio né un processo. Oggi il mondo della medicina, in senso lato, la medicina allopatica quindi quella riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, fa ancora fatica a capire quanta relazione c’è in questi sistemi autonomi. La fatica è che non c’è tempo di guardare questi aspetti. Perché fare una valutazione biochimica, antropometrica, che significa fare una lastra, di un paziente, è molto più veloce che chiedergli quali sono le sue aspettative, da dove arriva, quale è stata la sua vita. Ci vuole tempo. E il tempo purtroppo è una cosa che oggi non c’è più. È più semplice, è più veloce, classificare una persona con il metro e con la bilancia. Scherzo sempre con un cliente che viene da me, che mi fa: ‘mi hanno detto che ho un quadricipite che è 4 cm più piccolo dell’altro e quindi è meno forte’. E io rispondo sempre ‘la forza di misura con i Newton, non con i centimetri’. Possiamo avere un quadricipite piccolo ma forte, o un quadricipite grosso ma impotente. Questo è solo un esempio per dire che il metro di classificazione, il metodo di misura, cambia. Cambia tra la massa e il peso. La massa è universale, il peso dipende da quanta gravità c’è sotto. Un chilo sulla luna pesa un tot, sulla terra ha un altro peso. Ma la massa è sempre la stessa. E quindi l’unità funzionale di un paziente non c’è soltanto il centimetro, la bilancia, per misurare la sofferenza di una persona o l’integrità fisica di una persona. Attenzione. Se vogliamo farle bene le cose, ci vuole tempo. E il tempo, nella sanità pubblica o privata, è una risorsa che scarseggia. E quindi bisogna fare un atto di volontà per prendere tempo. Per capire la persona, quale è il suo stato di malessere, da dove arriva. Se arriva dal muscolo, dall’osso, dal sistema nervoso autonomo, se arriva dal sistema immunitario o dal sistema endocrino. Caspita quante componenti che ci sono! Quindi, la pazienza è un gesto volontario, il tempo è un gesto di coraggio, coraggio contro i protocolli. Naturalmente i protocolli sono l’unità di misura necessaria, da qualcosa bisogna pur partire. La mia non è una critica nei confronti della medicina, ma è una valutazione oggettiva che da qualcosa bisogna pur partire. E quindi è necessario fare protocolli di diagnosi, protocolli di cura. È assolutamente obbligatorio, ma non è abbastanza. Quello è la partenza, ma non finisce lì. Io sono fortunato, perché nel mio studio posso prendermi tutto il tempo che serve. Ma chi lavora in una struttura ospedaliera, in una struttura ambulatoriale dove ci sono tanti pazienti, dove c’è tanta richiesta, non si ha molto tempo. Non possiamo fargliene una colpa. È una necessità logistica, una necessità organizzativa. Ma lì non c’è tempo per vedere una persona nella sua complessità. Sarebbe bello, sarebbe una grande utopia, avere tutto il tempo necessario a disposizione, ma non è sempre così. Quindi io voglio dare anche la spiegazione sul perché come mai non si trova questo atteggiamento ovunque. A volte non è possibile. Anche i professionisti, nel proprio ambulatorio, se vogliono lo possono fare. Non è così comune, però è possibile. È anche lì una scelta coraggiosa. Io ho fatto questa scelta coraggiosa, la perseguo con grande coerenza, cerco di trasmetterla ai miei colleghi che si sono avvicendati in questi anni, non a livello universitario come fa Guido che lui ne vede di più. Ci sono 60 terapisti all’anno che hanno la fortuna di conoscere Guido, magari a me invece ne capita uno ogni cinque anni, ma a quella persona io cerco di trasmettere non soltanto l’esperienza tecnica ma anche un’esperienza di approccio. Ecco, l’approccio. La domanda è: come fai a capirlo? L’approccio inizia dal momento in cui la persona dalla sala d’attesa si alza in piedi dalla sedia e viene verso di te. Già come si alza, come si presenta, e come la sua postura è nei miei confronti, ti fai un’idea. Certo l’occhio poi si deve allenare. Il primo anno non te ne accorgi, il terzo cominci a capire, al decimo vedi qualcosa e dopo trent’anni ti accorgi che sei solo all’inizio. Ecco io mi trovo in questa fase qui. Che comincio timidamente a capirci qualcosina, poi quando avrò capito qualcosa in più sarà ora di smettere e pazienza, ma l’importante è averlo trasmesso ai colleghi più giovani. Ho risposto alla domanda o devo andare un po’ più nel dettaglio Nicoletta?”

 

Nicoletta: “Sì hai risposto anche se secondo me manca quella parte in cui tu stesso hai detto che non ci vuoi entrare, cioè il riuscire a vedere come la mente, il pensiero di cui siamo fatti, quindi come le nostre convinzioni possono arrivare ad influire, a migliorare, i risultati che voi vedete fisicamente.”

 

Cosimo: “Mi permetto però di dire una cosa: una cosa sono i pensieri, una cosa è l’emotività, le emozioni. Convivono dentro di noi. Il pensiero è più corticale, ossia della corteccia, di questa fantastica struttura anatomica che ci ha regalato la natura, dove si costruiscono i pensieri. E questi sono i pensieri volontari che noi possiamo guidare, costruire. Poi c’è il sotto-corticale, che sono i nuclei della base. E questo dal punto di vista evolutivo è precedente all’homo sapiens. Il sotto-cortile sono quelle strutture anatomiche del cervello, tipo l’amigdala e il talamo, che sono i custodi delle nostre emozioni. Allora, sia i pensieri che le emozioni vanno ad influire positivamente o negativamente non solo nella postura statica ma anche come ci poniamo nei confronti del mondo, della nostra vita. Attenzione, sono presenti entrambi. I pensieri possono aiutare le emozioni, ma credimi le emozioni hanno la prevalenza sui pensieri. Per quanto noi possiamo pensare di raggiungere un obiettivo, se non c’è un sottostante emotivo pronto ad accoglierlo la difficoltà sarà maggiore. Le due cose devono andare insieme. Di conseguenza quando il terapista si deve agganciare a questo, non si deve dimenticare né dell’uno né dell’altro. Deve dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte. La persona che hai di fronte è più vulnerabile nelle emozioni oppure è più forte nei pensieri? Questo devi capire. Quindi se una persona è strutturata nei pensieri puoi lavorare su quello, ma se una persona è condizionata dalla sue emozioni, devi agganciarti alle sue emozioni. È difficile? Sì, molto. Ci vuole esperienza, sensibilità, e va allenata. Quindi ognuno di noi ha una prevalenza, non è 50 e 50. C’è chi ha 40% emozioni e 60% pensieri, ma anche chi ha 80% emozioni e 20% pensieri. Ognuno è diverso. Devi capire se entrare dalla porta o dalla finestra, semplicemente. Assolutamente la vita emozionale di una persona influisce nella postura, è una visione statica. Ma nel movimento, nell’affrontare la vita, nell’affrontare il lavoro, le aspettative, la vita affettiva, influisce tantissimo. Questo aspetto non si può misurare, ecco perché parlavo dell’unità di misura. L’aspetto emozionale purtroppo non si può misurare, non c’è un metro, non c’è una bilancia. Bisogna intercettarlo, ecco perché ho detto prima che lavorare in maniera collegiale anche con degli psicologi è importantissimo perché sta a quel professionista avere il metro di misura, è lui che si deve occupare di quello. Ma il paziente non ci può andare se tu non glielo dici. Il paziente ti dirà ‘questo è il mio carattere, cosa ci posso fare?’ Eh no. Attenzione. Il carattere la somma delle tue esperienze, la somma del tuo temperamento. Tutto il tuo vissuto diventa il tuo carattere. Ma non è immodificabile, quello è arrendersi. Ma non ci si può arrendere, perché fin che siamo vivi c’è la possibilità, la fortuna, di incontrare qualcuno che riesca ad intercettare tutte le tue componenti. Poi in maniera generica chiamiamo l’anima energia. Sì ok, va bene. L’importante è che sappiamo di cosa stiamo parlando. Stiamo parlando della vita emotiva, e la vita emotiva è come un iceberg. La punta sono i pensieri, mentre l’altro 80%, quindi la vita emotiva, è quella non si vede ma non c’è. Ed è molto rilevante. E quando io vado a riabilitare, devo soltanto nel rispetto di ognuno, della sua emotività e dei suoi pensieri, aiutarlo a concentrarsi in questo unico momento della sua vita per tirare fuori il meglio che ha dentro di sé. Senza pretendere di dare i miei valori, i miei principi. Io assolutamente mi devo astenere da quello che sono io, ma cercare di tirare fuori quello che c’è di buono o le risorse che sono dentro quella singola persona. E aiutarlo a concentrarsi nel presente, perché se guardiamo al passato vediamo quello che ci è stato tolto, se guardiamo al futuro può essere a tinte fosche perché magari è preoccupato di non riuscire più a fare qualcosa. E allora nel presente devo tirar fuori il meglio della sua emotività, il meglio dei suoi pensieri, il meglio delle sue risorse perché è lui che attiva il processo di guarigione. Io sono soltanto una scintilla, ma il bidone di benzina ce l’ha lui. Se mi permette di innescarlo allora riesco ad aiutarlo.”

 

Filippo: “Sì, diciamo che ci sono un paio di cose che condivido io. Perché se è pur vero che da un punto di vista oggettivo non è quantificabile il discorso emotivo o di energia che uno possiede, è pur vero che nella realtà si può misurare con un altro metro di misura che è, almeno secondo la mia opinione ovviamente, che è l’empatia, la moralità. L’etica che una persona è riuscita a maturare con la propria esperienza, quindi non è oggettiva nel senso che ognuno ha un livello diverso a seconda anche della propria esperienza. Quindi si ha una morale, un’etica, diversa. Anche se chi vive in una certa cultura tende a condividere anche i valori di etica e di morale intese in un certo senso. Però sicuramente il far capire che il metro di misura di questa energia è proprio questo, cioè non è solo importante come dicevi tu diffondere i protocolli standard, diffondere i valori oggettivi, quindi le terapie che sono più oggettive, ma comprendere quando la parte emotiva, la parte di energia, di essenza, di anima, influenza poi la capacità di innescare i processi di autoguarigione in una persona che poi sono quelli che permettono la guarigione. Quindi il senso è quello di far capire, diffondere, che sì è importante sviluppare qualità tecniche però, e questo anche io l’ho imparato con il tempo nella mia professione, vengono sicuramente dopo rispetto alle qualità umane, all’empatia, che come ci hai raccontato tu prima, durante la tua prima esperienza, il problema tecnico diciamo che era facile da risolvere, ma la parte empatica è quella che ti ha permesso poi di mettere in atto la parte tecnica. Quindi secondo me è importante partire da questo discorso. Sicuramente senza tutta la parte tecnica dietro, è chiaro che poi dopo è solo uno sviluppo interiore, emotivo, che sì aiuta ma non fa vedere il risultato, l’obiettivo, in tempi brevi. Quindi partendo da questo discorso, sapendo che ci debbono essere dei protocolli standard, anche io utilizzo dei protocolli per determinate specifiche per le quali i clienti si rivolgono a me, però poi come dicevi tu questi protocolli devono esseri personalizzati non solo in base alle casistiche personali ma anche a livello empatico, capire dunque qual è l’approccio giusto. Tu quindi come utilizzi questa cosa per poi modificare i protocolli? Qual è il tuo suggerimento per modificare questi protocolli utilizzando la capacità di empatizzare con il paziente?”

 

Cosimo: “Allora, l’empatia serve soltanto per sintonizzarsi sulla stessa frequenza del linguaggio. Quindi l’empatia serve esclusivamente per attivare una comunicazione. Finito lì. Ma è importante, perché se parliamo la stessa lingua poi possiamo parlare di qualsiasi argomento. E quindi è una sequenza cronologica: prima l’empatia, poi capire qual è il problema, infine capire quali sono le aspettative. È questa la sequenza. Una volta capito quali sono le aspettative, e una volta individuato con precisione il problema, non è sufficiente essere una brava persona per avere l’empatia, ma è necessario anche avere gli strumenti di competenza. Attenzione: l’empatia non è sufficiente se non si ha la competenza. Ma la competenza senza l’empatia è zoppa. E quindi non si tratta di dare più valore ad un aspetto o all’altro, ma si tratta di metterlo nella sequenza corretta. Empatia – individuare il problema – applicare partendo da dei protocolli necessari la miglior strategia per quella persona. La stessa frattura, se hai 90 anni le tue aspettative e i tuoi obiettivi sono in un modo, se ne hai 20 e fai il terzino nella tua squadra di calcio del cuore, le aspettative sono altre. E quindi anche l’approccio successivo sarà completamente diverso. Pur avendo un protocollo terapeutico non così lontano, perché la frattura se tu l’analizzi in maniera microscopica è la stessa. In maniera macroscopica, intorno a quella frattura c’è un mondo completamente diverso. Ripeto: lì è una questione di esercizio, di esperienza, più ne vedi più diventi bravo. Nessuno nasce imparato. Io mi pento amaramente di tutti gli errori che ho fatto in buona fede all’inizio della carriera, ma dovevo farli questi errori. Adesso non è che non li faccio, ne faccio altri, ne faccio di nuovi, però sicuramente gli errori che ho fatto all’inizio erano errori di valutazione per contestualizzare il problema all’interno di quella persona. E quando noi abbiamo dei grandi numeri e non c’è tempo, rischiamo di fare a tutti la stessa cosa. Purtroppo questa è la differenza che c’è tra l’andare in una mensa, aziendale o scolastica, e l’andare a mangiare a casa della nonna. La nonna conosce i tuoi gusti, il cuoco della mensa non può saperli. Quindi fa tutto a tutti, secondo i protocolli del nutrizionista, ecco qual è la differenza. Solo negli ambienti lavorativi dove si tratta di benessere e salute, quindi nel tuo caso (Filippo) i rapporto è 1:1, nel mio caso è 1:1, possiamo fare questo scarto in su di qualità e di personalizzazione e di calibrazione. Quando invece tu hai a che fare con grandi numeri in un posto strutturato e organizzato, non è possibile farlo. Quindi se una persona necessita di fare un programma individuale, è meglio rivolgersi a un professionista dove il rapporto è 1:1. Premesso: se il professionista ha voglia. Perché anche nei luoghi piccoli si può fare comunque a tutti la stessa cosa. Si tratta di capire dal primo incontro. Come il terapista, dal primo incontro, capisce chi ha di fronte anche il paziente a sua volta dal primo incontro lo capisce. Perché la relazione è quindi bilaterale. Bisogna andare tutti alla stessa velocità verso lo stesso obiettivo. Il terapista deve rallentare quando il paziente fa fatica, ma il terapista deve accelerare quando il paziente è predisposto. Quindi la tua domanda è appunto un discorso di volontà reciproca. Ci vuole la volontà del paziente ma ci vuole anche la volontà del terapista per andare alla stessa velocità. L’empatia è lo strumento per interfacciarsi e per parlare la stessa lingua, ma non è abbastanza, è solo il primo gradino. Il secondo gradino è individuare il problema. Terzo gradino è capire quel protocollo come possiamo personalizzarlo. Spero di aver risposto Filippo.”

 

Filippo: “Sì sì, perfettamente, grazie di averci delucidato sul tuo approccio.”

 

Cosimo: “Naturalmente questo vale solo per me, con grande rispetto verso chi fa diversamente. Con grandissimo rispetto.”

 

Filippo: “Come dicevi all’inizio, nei minuti prima che iniziassimo l’intervista, che hai detto che avendo già intervistato Guido non sapevi che altro avresti potuto aggiungere, però in realtà ognuno porta la sua visione di quello che ha imparato da qualcun altro. Anche Guido immagino che sia quello che è per merito delle sue esperienze di aver imparato altre cose che anche lui sicuramente diceva ‘cosa parlo a fare dopo che ha parlato già quest’altro che mi ha insegnato?’. Per cui è sempre una questione di prendere le cose positive dalle esperienze che si fanno, elaborarli con il nostro filtro e poi buttarle fuori per farle comprendere meglio ad altre persone che hanno un filtro simile al nostro. Come dicevi tu prima, Guido parla in un certo modo, si atteggia in un certo modo e quindi sicuramente sarà più facile far comprendere il messaggio che lui comunica a persone che siano più simili o più affini, o più sensibili, rispetto a quello che sta dicendo in quel momento. Così come altre persone sono più sensibili a me o a Nicoletta, o a te Cosimo.”

 

Cosimo: “Sì non possiamo piacere a tutti purtroppo. O per fortuna.”

 

Filippo: “Detto questo, non so se Nicoletta aveva qualche altra domanda, qualcosa da aggiungere?”

 

Nicoletta: “Sì ho una domanda che mi è arrivata mentre vi ascoltavo in questo vostro interessantissimo confronto, così andiamo veramente a personalizzare il tuo fare fisioterapia: che cos’è per le fisioterapia e qual è la più grande gioia che ti regala al mattino quando ti svegli e la sera quando vai a letto?”

 

Cosimo: “Purtroppo devo partire da una definizione generica, così da capire bene nel dettaglio. La fisioterapia, e più che altro la riabilitazione, ha come obiettivo di riabilitare, cioè restituire un’abilità persa. È questo il significato più profondo della riabilitazione. La fisioterapia è un insieme di metodiche e strumenti per poter fare la riabilitazione. Quindi restituire un’abilità persa vuol dire che se uno ha una frattura, perde l’abilità di camminare. Uno che ha un ictus perde l’abilità di parlare o di usare i propri arti. E quindi quando ti dicevo che serve la sincerità per capire questo trauma quanto potrà guarire è fondamentale, perché tanto più sei preciso nel dire quali sono i limiti nel recupero, tanto più riesci ad aiutare la persona a concentrarsi per recuperare il più possibile. Per sfidare il destino di quel 1%. E di conseguenza la soddisfazione grande, quotidiana, nel corso degli anni, è quando una persona viene da te, nello studio con le stampelle, in lacrime, perché soffre fisicamente ma la sua sofferenza è anche sentirsi costretto in casa, inabile, deve farsi aiutare. Quindi c’è anche un discorso di dignità. Una persona che fino al giorno prima era autosufficiente, brillante, spaccava il mondo, adesso deve chiedere aiuto anche per mettersi i pantaloni. Allora quando tu dopo che hai prima di tutto capito quali sono le sue aspettative, quali sono gli obiettivi, e dopo un percorso lungo di settimane, di mesi, di sacrifici, di impegno, di piccole conquiste quotidiane, di ‘oggi sono riuscito a lavarmi’, che per una donna riuscire a pettinarsi, se ha avuto una frattura, è una cosa enorme per la sua dignità. Quindi il recupero dell’autonomia e della dignità. E quando dopo mesi, l’ultimo giorno, ti saluta e leggi la soddisfazione, la vedi negli occhi felici dei pazienti che ti dicono ‘a non rivederci mai più’, ecco in quel saluto c’è tutta la riconoscenza reciproca. Io di aver fatto un’esperienza umana, il paziente di aver fatto un percorso duro, doloroso, ma dopo non si può descrivere la soddisfazione. Quella non ha prezzo. Quella è un ripagare il sacrificio reciproco, perché lui suda e tu sudi con lui. Lui piange e tu gli asciughi le lacrime. Emotivamente, empaticamente, stai soffrendo con lui, ma il coraggio ce lo siamo scambiati a vicenda. C’è una persona, di cui naturalmente non faccio il nome per privacy, che io ho seguito circa 27 anni. Questo ragazzo ha avuto un incidente in moto, gli hanno tagliato la strada ed è stato sbalzato dalla moto, ma la mano gli era rimasta incastrata tra il manubrio e la portiera della macchina. Quindi il corpo va, e il braccio rimane lì. Quindi lui aveva perso completamente l’uso del braccio. Dopo un intervento lunghissimo sono riusciti a ricostruirglielo, ma vi assicuro che per un anno entrambi ci facevamo coraggio di non mollare, perché ce ne vuole di coraggio quando cerchi di muovere un braccio che  è morto, che non risponde. Dopo un anno, ad un certo punto, il pollice autonomamente fa un piccolissimo gesto che ci ha fatto piangere entrambi. Perché per un anno non abbiamo mai mollato. Poi dal pollice è arrivato l’indice e a seguire tutto l’arto, fino all’80% di recupero. Ma quell’80% era un enormità, non era preoccupato del 20% che mancava. Ma vi assicuro quel momento, in cui il pollice ha fatto quel piccolo movimento, è stato un emozione indescrivibile. Son passati 27 anni ma me lo ricordo come se fosse successo stamattina. Queste sono le soddisfazioni di fare il riabilitatore. E sottolineo riabilitatore perché Guido, e tanti altri colleghi, si occupano di problemi posturali che sono una fetta enorme nei disordini di dolori e fastidi. Io mi occupo sia di quelli ma soprattutto della riabilitazione post traumatica, quindi fratture, protesi, ricostruzioni chirurgiche. È un altro ambito ma fa parte della grande famiglia della riabilitazione. È importante dire che il fisioterapista si occupa io dico dai zero ai cento anni, perché lo troviamo nei reparti neonatali, quando ci sono i bambini prematuri, ma altrettanto lo si trova nelle case di riposo. Lo troviamo per i traumi sportivi ma lo troviamo anche per i traumi di incidenti sul lavoro. I miei colleghi di Budrio, dove c’è un centro di eccellenza di protesi, fanno un lavoro straordinario. Sono quei colleghi che ci regalano le prestazioni sportive delle ragazze che gareggiano ai 100 metri nelle paraolimpiadi. Dietro quella medaglia c’è l’enorme sacrificio dell’atleta, l’enorme sacrificio del preparatore atletico, ma non dimentichiamoci i tecnici-ortopedici che hanno confezionato quella protesi. Non dimentichiamoci l’ortopedico che ha seguito l’operazione. Non dimentichiamoci l’infermieri e tutto il personale sanitario, i colleghi fisioterapisti che dal letto, magari paralizzati da questo trauma, hanno portato gli atleti fra le braccia del preparatore atletico. Io dico sempre: cosa fa il fisioterapista? Il fisioterapista è quello che toglie le stampelle. Tolte le stampelle finiamo noi, ma lo portiamo tra le braccia del preparatore atletico se una fa l’atleta. O come piace dire a me, essendo un terapista degli artigiani, lo mando in cantiere. Ecco la mia soddisfazione più grande è vedere quando vanno in cantiere. Il regalo più bello mi arrivava quando i miei pazienti mi mandavano le cartoline, perdonatemi ma sono anziano, di chi andava in montagna. Anche qui ricordo un aneddoto di una persona venuta da me a seguito di una frattura di tibia scomposta, esposta e pluriframmentaria, cioè la peggiore che possa esistere, e se l’è procurata cadendo dal marciapiede di Via XXV Aprile di Erba, che era alto 10 centimetri, e questa persona aveva girato tutto l’Himalaya, le Ande, era andata in luoghi incantevoli, a Monte Rosa ci arrivava bendata, ed è andata a cadere in un gradino di 10 centimetri. Oltre al dolore, come potere immaginare, pensate alla perdita della possibilità di poter di nuovo salire in montagna. Con lei ci siamo dati un obiettivo ad un anno, forse un anno e mezzo. Ecco perché bisogna essere anche realisti nelle aspettative. E lei mi chiese: ‘Cosimo, quando guarirò?’ io le risposi: ‘guarirai il giorno che mi manderai la cartolina dal rifugio Brioschi della Grigna’. Dovevo darle un obiettivo vero, non generico, non un protocollo. Bene, io conservo ancora quella cartolina del rifugio Brioschi. Ecco questi piccoli aneddoti sono straordinari perché ti fanno amare la professione e te la fanno svolgere ogni giorno meglio del giorno prima. Non di più, meglio. Ogni giorno aggiungi un pezzetto di un aneddoto, che ti serve per dare più speranza a chi viene da te. Spero di averti risposto Nicoletta.”

 

Filippo: “Perfetto. Allora Cosimo noi ti ringraziamo per questa opportunità. Vorremmo chiederti alcuni dei tuoi contatti per le persone che ascoltano e leggono questa intervista nel caso volessero contattarti, come possono fare, dove possono venire o dove possono scriverti.”

 

Cosimo: “Io non sono sui social per scelta, ma sono sempre reperibile ad un numero fisso, ho un piccolo sito internet ma serve solo per sapere dove sono e cosa faccio. Il sito internet è www.studiofisioterapia.com semplicemente, il mio nome è Pilotto Cosimo e in Italia ci sono solo io con questo nome, non ho omonimi. Il numero di telefono lo trovate sulle pagine bianche o in internet, e rispondo solo al numero fisso semplicemente perché a Longone al Segrino, essendo io un fisioterapista in un piccolo paese per scelta, non prende il telefonino. Sul sito internet trovate anche la mail, il numero fisso, e pur essendo una persona che ama la tecnologia mi hanno blindato in un buco nero e quindi non posso rispondere in altro modo. Ripeto, non mi trovate né su Facebook e né su Instagram, solo sito internet e numero di telefono.”

 

Filippo: “Ok, perfetto, grazie mille Cosimo.”

 

Cosimo: “Grazie a voi è stata una piacevolissima chiacchierata.”

 

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